Quando la sinistra accusava la magistratura di persecuzioni politiche




Non è sempre stata la destra a contestare l'operato della magistratura anzi, furono coloro che da subito si sentirono in dovere di colorare di rosso la lotta partigiana, ad accusare l'organo giudicante, ma anche quello inquirente, di parzialità eppure, se il fascismo era caduto, se i fascisti erano in carcere, perché magistrati e poliziotti in servizio non avrebbero dovuto far rispettare le leggi penali allora esistenti? Già, le leggi allora esistenti. Mussolini nei suoi venti anni di regime aveva emanato tutti o quasi i codici che tutt'oggi regolano la nostra società, alcuni poi largamente modificati, come accadde con il Codice Penale, il cosiddetto Codice Rocco dal nome del Ministro che ne curò l'estensione nel 1930 e che, sia pure epurato delle parti più anacronistiche e autoritarie, smussato per adeguarsi ai criteri costituzionali, non è mai stato definitivamente sostituito, così come il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS) anche questo emanato dal Governo Mussolini nel 1931.

Ecco quindi che in quella situazione di guerra civile che si era instaurata in Italia già dal 1919 (leggi "L'Uomo del secolo" di Antonio Scurati), intervallata dal periodo bellico e ripresa dopo il luglio 1943 fino agli anni 50, organi di polizia e magistratura si trovavano ad affrontare con le norme vigenti all'epoca una forma di azioni violente che non si configuravano quali azioni di guerra, ma vendette e reati comuni perpetrati da singoli o formazioni partigiane. Nonostante l’amnistia del governo De Gasperi, meglio conosciuta come amnistia Togliatti, che stabiliva il divieto di arresto e disponeva la revoca di quelli già emessi, per fatti di guerra compresi fino al 31 luglio 1945, secondo lo scrittore Lucio Cecchini nel libro "La voce della Resistenza. Antologia del primo decennio di Patria indipendente 1952-1961, p. 10", a settembre 1949 vi erano “830 partigiani arrestati o colpiti da ordini di cattura per fatti compiuti durante l’occupazione”. Curiosità locale, nel 1949 anche a Signa 4 ex partigiani furono arrestati per avere giustiziato dei fascisti nei giorni della liberazione.

Ho sottolineato che l'amnistia, non a caso conosciuta come "pacificazione", andava a sanare i fatti di guerra ovvero quelle azioni di guerra partigiana e quelli di collaborazionismo con l'esercito tedesco, ma non i reati comuni, puniti in tal caso dal Codice Rocco. Quindi, polizia giudiziaria e magistratura si trovavano nell'immediato dopoguerra a dover procedere e giudicare solamente per i reati comuni e, per questi reati, venivano indagati e processati numerosi partigiani. 

I procedimenti penali a carico dei partigiani comunisti apparvero al "partito" un pretesto dell'allora governo di centro per effettuare una forma di "epurazione", soprattutto in Emilia, dove nella zona conosciuta con la locuzione giornalistica "Il triangolo rosso o della morte", si registrò tra il settembre del 1943 e il 1949 un numero elevato di omicidi a sfondo politico, perpetrati da estremisti di sinistra e da militanti di matrice comunista, omicidi che determinarono la morte di un numero imprecisato di persone da un minimo di 15.000 a 34.000 (fonte Wikipedia). 

Il 2 agosto 1948 nascono i Comitati di solidarietà democratica (Sd), coordinati dal deputato comunista Terraciniassociazioni di giuristi e di varie personalità politiche, finalizzate all’organizzazione della difesa legale e all’assistenza morale e materiale di ex partigiani perseguitati, per fatti commessi durante la guerra partigiana; gli archivi dell'attività svolta negli anni '50 e '60 sono custoditi principalmente nella biblioteca comunale di Follonica.

Leggendo Michela Ponzani, in un saggio scritto da giovane borsista della Fondazione Einaudi, nella sola provincia di Modena, dal 1950 al 1955, furono celebrati ben 1.989 processi contro 6.124 ex partigiani, con 2.470 condannati. Tra di essi, ben 658 erano partigiani processati per fatti avvenuti prima della liberazione (Fondo Csdn, b. 3, fase. 48, Carteggio con il Comitato provinciale di Sd di Modena (1950-1954).

A partire dal febbraio 1953 il Comitato nazionale si occupò della difesa degli imputati per l’uccisione dei conti Manzoni Ansidei e per il furto nella loro villa, avvenuto il 7 luglio 1945, uno dei casi giudiziari più controversi del periodo considerato. Il processo, infatti, conclusosi con la condanna, emessa il 28 luglio 1953 dalla Corte di Assise di Macerata, dopo cinque anni di dibattimento, ai danni del comandante partigiano Silvio Pasi, e di altri 12 partigiani di Ravenna, “colpevoli del delitto di omicidio plurimo, furto e del reato di occultamento di cadavere”. Fra i condannati figuravano il segretario della Camera del lavoro, il segretario della Lega braccianti, il segretario dell’Anpi e una maestra che al momento dell'arresto indossava l'anello della contessa, tutti ritenuti ottimi elementi durante la Resistenza, tanto che il comandante partigiano Silvio Pasi era stato insignito della medaglia d’argento al Valor militare. Il ministro Scelba, durante un seduta alla Camera dei deputati, qualificò il fatto come omicidio consumato a scopo di rapina e Scelba non poteva certo essere ritenuto un simpatizzante fascista, dal momento che un anno prima aveva firmato la legge che porterà il suo nome e che tutt'oggi vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista e punisce l'apologia di fascismo.

Il Partito Comunista si fece promotore di due nuove amnistie e indulti, il Dpr 19 dicembre 1953, n. 922, e Dpr 11 luglio 1959, n. 460. Giancarlo Pajetta, a nome del Partito comunista, tenne un discorso a Tivoli nel 1953 in occasione delle celebrazioni per il 25 aprile, affinché si ponesse termine alle persecuzioni politiche sviluppatesi secondo un preciso piano con un’ampiezza senza precedenti nella nostra storia” (Fondo Csdn, b. 8, fase. 144, Iniziative per l’amnistia e campagne elettorali. Dal saggio di Michela Ponzani). 

Grazie al condono del 1953, furono si liberati 2/3 dei partigiani che stavano scontando le pene, ma insieme a loro anche Amerigo Dumini, condannato dalla Corte di Assise di Roma nel 1948 a 30 anni di reclusione in quanto alla guida della squadra che rapì e uccise l’onorevole Matteotti.



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